LA PAURA COME STRUMENTO DI SOPRAVVIVENZA
di Alessia Carini
Quando pensiamo alla paura ci viene in automatico considerarla un’emozione negativa, ed è qui che possiamo cadere in errore. Molto spesso ci capita di fare una distinzione fra emozioni negative ed emozioni positive, ma non è un’operazione saggia. Tutte le emozioni che “possediamo” sono importanti per la nostra vita e sono uno strumento fondamentale perché contribuiscono a mantenere l’omeostasi dell’organismo, vale a dire un buon equilibro interno.
A tal proposito è bene innanzitutto tener presente che la paura è un’emozione di difesa, fondamentale per la sopravvivenza, e si attiva a causa di una situazione di pericolo che può essere: reale, anticipata dalla previsione, evocata dal ricordo.
La parola paura deriva dal latino pavor -oris (terrore, spavento) e rimanda a una situazione che ci colpisce che abbatte moralmente e fisicamente. Quando la paura raggiunge un livello estremo, può diventare fobia, ovvero una reazione esagerata verso una situazione o un soggetto specifici.
La paura nell’Antica Grecia era considerata un’emozione divina, perché associata a Fobos, dio della paura. Viene ricordato come l’incarnazione del “terrore in battaglia” perché accompagnava il padre Ares (dio della guerra) in battaglia, assieme a suo fratello Deimos (terrore) per incutere terrore agli avversari.
I greci consideravano la paura come una forza da domare attraverso sacrifici alle divinità ma anche con l’aiuto della filosofia. A tal proposito i filosofi greci non le attribuivano un’accezione completamente negativa, ad esempio Aristotele pensava che la paura rappresentasse un avvertimento per un male prossimo che ci avrebbe abbattuti, fatto soffrire. Pertanto, la riteneva un’emozione utile e necessaria per la nostra sopravvivenza perché ci mette in guardia dai pericoli e ci spinge ad agire con prudenza.
Da un punto di vista neurofisiologico, quando si prova paura si attiva l’amigdala, un’area del cervello deputata a rilevare il pericolo; questa stimola il surrene e rilascia adrenalina (un neurotrasmettitore del sistema nervoso simpatico) e cortisolo (ormone steroideo anche considerato “ormone dello stress”). Grazie anche a loro, il corpo invia immediatamente segnali all’organismo. Il battito cardiaco aumenta, la sudorazione cresce, la temperatura corporea diminuisce e lo stato di ansia si intensifica. Queste reazioni fisiologiche preparano l’individuo ad affrontare una possibile minaccia.
Alle risposte corporee si affianca l’istinto (caratteristica innata dell’individuo). Di fronte al pericolo, infatti, l’essere umano può reagire in tre modi diversi, noti come FFF: fight, flight e freeze.
Fight (attacco): la persona decide di affrontare il pericolo, mettendo in atto comportamenti aggressivi di natura fisica o verbale, al fine di neutralizzare la minaccia;
Flight (fuga): l’istinto spinge invece a scappare via dalla situazione pericolosa per mettersi in salvo;
Freeze (paralisi): in questo caso il corpo e la mente si immobilizzano.Non si tratta di una scelta conscia dell’individuo, bensì di una risposta neurobiologica attivata dall’amigdala, al fine di risparmiare energia, ridurre il dolore o passare inosservati.
Perché in risposta alla paura usiamo una strategia al posto di un’altra?
Sicuramente la scelta di una strategia anziché un’altra di fronte alla paura non è mai casuale: ci sono diversi fattori che il nostro cervello prende in considerazione prima di reagire.
In primo luogo è fondamentale la valutazione del pericolo: analizziamo, anche inconsapevolmente, se la minaccia è vicina o lontana, se è affrontabile oppure se conviene fuggire. In alcuni casi, però, si verifica una condizione di paralisi (freeze), in cui l’individuo va in una sorta di black out e non riesce a elaborare una risposta immediata.
Viene effettuata anche una valutazione psicologica: il modo in cui una persona reagisce dipende anche da come si percepisce e percepisce sé stessa in quel momento. Chi ha maggiore fiducia nelle proprie capacità sarà più propenso ad affrontare il pericolo, mentre chi si sente insicuro tenderà più facilmente a evitarlo o a scappare.
Un altro elemento importante è rappresentato dalle esperienze passate. Se ci siamo già trovati di fronte a una situazione simile, è probabile che metteremo in atto la stessa risposta adottata in precedenza, perché la consideriamo efficace. Allo stesso tempo, possiamo reagire anche sulla base di comportamenti appresi nel tempo, attraverso l’esperienza o l’osservazione degli altri.
Oltre che dalla psicologia e dalla filosofia, il tema della paura è stato affrontato ampiamente anche da molti poeti. Baudelaire nella suo poesia L’Abisso analizza i sentimenti di paura, angoscia e inquietudine che si sono impadroniti del suo animo, in particolare descrive una forma di paura molto profonda, legata all’idea dell’infinito e del vuoto e forse, in ultima analisi, della morte.
‘’In alto, in basso, ovunque, profondità,
silenzio, spazio che spaventa e attira…
Dio, col suo dito sapiente, in fondo alle mie notti
segna un incubo multiforme e senza tregua.
Ho paura del sonno come si ha paura d’un gran buco,
tutto pieno di vago orrore, che porta chissà dove;
da ogni finestra non vedo altro che infinito’’
In questi versi la paura non deriva da un pericolo reale, ma dall’ignoto. Infatti l’essere umano deve fare i conti con i suoi limiti, in quanto essere finito che non può controllare qualcosa sulla quale non ha potere. L’“abisso” diventa quindi il simbolo dell’infinito e delle domande che l’uomo si pone sulla propria esistenza.
Un altro esempio magistrale, questa volta nella prosa, è il capolavoro IT di Stephen King.
Qui la storia ruota attorno al gruppo dei sette ragazzi conosciuti come Losers’ Club (Il club dei perdenti). Tutti loro hanno in comune esperienze difficili: sono vittime di bullismo, si sentono emarginati e spesso crescono in famiglie segnate da assenze o problemi. Anche per questo si definiscono perdenti, trasformando però quel soprannome in un simbolo di amicizia. Sullo sfondo la cittadina di Derry, luogo in cui sono avvenuti diversi misfatti, prontamente “rimossi” dalla popolazione, ansiosa di tornare alla sua vita ordinaria. Ma il male di quegli eventi ovviamente non è scomparso (nulla scompare realmente attraverso la rimozione), semplicemente vive sottoterra, nelle fogne. Infatti il vero protagonista della storia è la paura. L’essere malvagio Pennywise, che appunto vive nelle fogne della città, non solo terrorizza i bambini, ma assume anche la forma delle loro paure più profonde e personali, trasformando il terrore in un’esperienza psicologica intensa. Ogni membro del gruppo deve confrontarsi con ciò che teme di più: l’abbandono, l’oscurità, il rifiuto o la propria fragilità interiore. In questo modo la narrazione mostra che la paura non è soltanto qualcosa che arriva dall’esterno, ma è anche lo specchio delle insicurezze e dei traumi che ciascuno porta dentro di sé.
Tra loro c’è Mike Hanlon, l’unico che deciderà di restare nella cittadina di Derry.Mike diventa il custode della memoria del gruppo: studia gli eventi misteriosi della città e comprende come affrontare il male che la perseguita. Quando capisce che l’entità malvagia è tornata, richiama gli amici che nel frattempo si sono trasferiti altrove per tentare di eliminarla definitivamente.
Nel corso della storia i ragazzi provano ansia, tensione e panico, ma imparano anche ad affrontare la paura, per non esserne risucchiati. La paura diventa quindi un motore che li spinge ad agire e a lottare per la sopravvivenza. Il finale ci mostra che tutti i protagonisti si salvano, eccetto colui che non ha voluto fare i conti con le sue paure e i suoi scheletri nell’armadio che, infatti ,lo spingono al suicidio.
Un concetto chiave in IT è quello, caro a Freud, del Perturbante.
In IT, il perturbante è rappresentato dalla figura di Pennywise, che riaffiora dopo anni nella vita dei ragazzi, ormai divenuti adulti, tornando a spaventarli. Ma cos’è davvero il perturbante?
In tedesco il concetto era espresso con la parola Unheimlich. Questo termine richiama la parola Heimlich, che indica qualcosa di familiare, noto, vicino a noi. Tuttavia, con l’aggiunta del prefisso un- (Unheimlich),c’è uno stravolgimento del significato assumendo una connotazione inquietante. Il termine indica infatti che esiste qualcosa di spaventoso dentro di noi che, pur essendo familiare, riaffiora in modo inquietante perché in precedenza è stato rimosso per permetterci di vivere “meglio”, idealmente evitando di pensare o di affrontare quel qualcosa che ci avrebbe potuto turbare, spaventare.
Quando torna a galla, lo percepiamo come qualcosa che non ci appartiene più, anche se in realtà è sempre stato parte di noi. E, finalmente, chiede di essere affrontato e superato.
Questo è uno dei messaggi fondamentali di IT. Quando qualcosa che abbiamo (anche involontariamente) evitato di affrontare fino in fondo si ripresenta, magari sotto forma di fragilità, paure, insicurezze, anche come frutto di esperienze relazionali traumatiche, ricordare e rielaborare è il passo cruciale per superare quelle fragilità e quei traumi.
Un secondo messaggio importante è che uscire dall’isolamento, chiedere aiuto e condividere sono passaggi importanti per superare i mostri interiori.


