Non solo corpo: gli aspetti relazionali della sessualità

La sessualità è una dimensione fondamentale dell’essere umano e non si esaurisce nella sola componente biologica o fisica. Al contrario, riguarda profondamente il modo in cui costruiamo legami, ci percepiamo come individui e ci mettiamo in relazione con gli altri. In questo senso, può essere intesa come un linguaggio relazionale che intreccia corpo, emozioni, pensieri e identità.

Fare esperienza della sessualità significa mettersi in gioco non solo con il proprio corpo, ma anche con le proprie emozioni. È un momento di vicinanza e vulnerabilità, in cui si costruiscono fiducia e complicità. Non tutti vivono questa dimensione con la stessa naturalezza: per qualcuno è uno spazio spontaneo di apertura, per altri può portare con sé paure – quella di essere rifiutati, giudicati o feriti.

Comunicazione e consenso: le basi della relazione

Una sessualità sana si fonda su due pilastri fondamentali: comunicazione e consenso. Parlare dei propri desideri, dei propri limiti e dei propri tempi è essenziale per vivere un incontro autentico. Allo stesso modo, il consenso non è un dettaglio ma il punto di partenza: significa che entrambe le persone sono libere e rispettate nelle loro scelte. Dire di sì o di no, ed essere ascoltati, è un segno di maturità relazionale.

Sessualità e identità: il bisogno di riconoscimento

Attraverso la sessualità ciascuno di noi cerca non solo piacere, ma anche riconoscimento. Ci raccontiamo come persone desideranti, capaci di dare e ricevere attenzione, di mostrarci per come siamo davvero. La sessualità diventa così uno specchio dell’identità: ci dice come vogliamo essere accolti, quali parti di noi desideriamo condividere e quali, invece, proteggere.

Uno sguardo clinico: attaccamento e vulnerabilità

Dal punto di vista psicologico, la sessualità è strettamente legata ai modelli di attaccamento che abbiamo interiorizzato nelle prime relazioni significative.

Confini, storie precoci e cultura

Non sempre è facile stabilire o rispettare confini chiari nella sessualità. Le difficoltà in questo campo possono avere radici lontane, nelle esperienze precoci con la famiglia o con l’ambiente di crescita. Un contesto invadente o svalutante può rendere complicato proteggere i propri limiti, generando ansia o chiusura nelle relazioni adulte.
A questo si aggiunge l’influenza dei modelli culturali e sociali: i ruoli di genere, i tabù e le aspettative trasmesse dai media condizionano il modo in cui ci avviciniamo alla sessualità e all’intimità.

La sessualità come percorso di crescita reciproca

Al di là delle difficoltà, la sessualità può diventare un’esperienza di crescita condivisa. È un cammino in cui si impara ad ascoltare, a rispettare, a negoziare. Un processo che evolve nel tempo e che riflette la capacità della coppia di adattarsi, maturare e reinventarsi insieme.

Il Centro Olos sta LAvorando ad un progetto dedicato alla sessualità e alle relazioni, con l’obiettivo di offrire uno spazio condiviso, aperto e sicuro in cui poter discutere liberamente di questi temi.
Se vuoi restare aggiornato e scoprire di più, ti invitiamo a seguire la nostra pagina Facebook e il nostro sito web: lì troverai presto tutte le novità.

Endometriosi: una malattia complessa che coinvolge corpo e mente.

L’endometriosi è una malattia cronica che colpisce circa una donna su dieci in età fertile. Nonostante la sua diffusione, è spesso poco conosciuta, diagnosticata in ritardo e sottovalutata nei suoi effetti complessivi. Si tratta infatti di una condizione che coinvolge non solo il corpo, ma anche la sfera emotiva e relazionale di chi ne soffre.

Che cosa è l'endometriosi

L’endometrio è il tessuto che riveste la cavità interna dell’utero e che, durante il ciclo mestruale, si ispessisce per accogliere un’eventuale gravidanza e, in assenza di concepimento, viene eliminato con le mestruazioni. Nell’endometriosi, tessuto simile all’endometrio si sviluppa in sedi anomale, come: ovaie, tube di Falloppio, peritoneo, intestino, vescica o altre strutture pelviche.

Queste cellule “fuori posto” rispondono comunque agli ormoni del ciclo mestruale: si ispessiscono e sanguinano ogni mese, ma non avendo vie di fuoriuscita creano infiammazione, aderenze e cisti (chiamate endometriomi).

Sintomi più comuni

L’endometriosi non si presenta sempre allo stesso modo. I sintomi possono essere lievi o molto invalidanti, e comprendono:

La variabilità dei sintomi e la loro somiglianza con altre condizioni rende spesso difficile arrivare a una diagnosi precoce.

Trattamento e cure

Non esiste ancora una cura definitiva per l’endometriosi, ma diversi approcci terapeutici permettono di gestirne i sintomi e migliorare la qualità di vita:

Terapie farmacologiche: pillole anticoncezionali, progestinici o terapie ormonali mirano a ridurre la stimolazione ormonale e quindi la crescita delle lesioni.

Chirurgia: nei casi più complessi si ricorre alla rimozione laparoscopica delle lesioni o delle aderenze, per ridurre il dolore e favorire la fertilità.

Approcci complementari: fisioterapia pelvica, alimentazione mirata e tecniche di rilassamento possono contribuire a gestire i sintomi.

Fondamentale è un approccio multidisciplinare che unisca ginecologi, nutrizionisti, fisioterapisti e psicologi.

Le conseguenze psicologiche

Oltre al dolore fisico, l’endometriosi ha un impatto psicologico significativo.

Dolore cronico: vivere con dolore costante può generare ansia, frustrazione e sintomi depressivi.

Identità e femminilità: la possibilità di infertilità mette in discussione aspetti profondi dell’identità femminile e può minare l’autostima.

Sessualità e coppia: il dolore nei rapporti intimi porta spesso a difficoltà relazionali, incomprensioni e vissuti di colpa.

Percorso diagnostico: i lunghi anni necessari per ottenere una diagnosi corretta lasciano spesso cicatrici emotive, legate alla sensazione di non essere ascoltate o credute.

Il valore del supporto psicologico

Il sostegno psicologico aiuta a riconoscere e gestire le emozioni legate alla malattia, ad affrontare la paura del dolore e della solitudine, a migliorare la comunicazione con partner e familiari. Tecniche come la mindfulness e la terapia EMDR si sono dimostrate utili nel trattamento del dolore cronico e dell’ansia associata. L’EMDR può essere un tassello prezioso, perché aiuta la donna a ritrovare resilienza, fiducia e senso di sé, imparando imparando a gestire il dolore non solo fisico, ma anche emotivo.

nello specifico, l'EMDR può essere utile per:

Intestino e cervello: un dialogo costante mediato dal nervo vago

Negli ultimi anni si sente sempre più spesso parlare di connessione mente-corpo, e uno dei dialoghi più affascinanti che avviene dentro di noi è quello tra cervello e intestino. Non a caso l’intestino è stato definito il nostro "secondo cervello", e al centro di questa comunicazione c'è un protagonista poco conosciuto ma fondamentale: il nervo vago.

Il sistema nervoso enterico: il nostro "cervello viscerale"

L’intestino possiede un proprio sistema nervoso, chiamato sistema nervoso enterico, costituito da milioni di neuroni che regolano le funzioni digestive, il movimento intestinale e la secrezione di enzimi. Questo sistema può operare in modo indipendente, ma comunica in modo continuo con il cervello centrale attraverso un canale privilegiato: il nervo vago.

Cos’è il nervo vago?

Il nervo vago è il decimo nervo cranico, il più lungo del nostro corpo. Parte dal tronco encefalico e si dirama fino a raggiungere cuore, polmoni, fegato e, naturalmente, l’intestino. La sua funzione è duplice:

Intestino ed emozioni: una relazione bidirezionale

Questa connessione tra intestino e cervello non è solo biologica, ma anche psicologica. Le emozioni influenzano il nostro apparato digerente: chi non ha mai sperimentato "un nodo allo stomaco" per l'ansia o "farfalle nella pancia" per l’emozione? Ma è vero anche il contrario: lo stato dell’intestino può influenzare il nostro umore, la nostra lucidità mentale e persino la nostra capacità di regolare lo stress.

Studi recenti hanno dimostrato che il microbiota intestinale (cioè l’insieme dei batteri "buoni" presenti nell’intestino) produce neurotrasmettitori come serotonina, dopamina e GABA, che influenzano direttamente il sistema nervoso centrale.

Il nervo vago e la regolazione dello stress

Il nervo vago svolge un ruolo centrale nella regolazione del sistema nervoso autonomo, aiutandoci a passare da uno stato di attivazione (lotta o fuga) a uno stato di calma e recupero. Quando è ben funzionante, ci permette di:

Un buon tono vagale è fondamentale anche nei percorsi psicoterapeutici orientati all'elaborazione di esperienze traumatiche o stressanti. Tecniche come l’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing), ad esempio, lavorano non solo a livello cognitivo ed emotivo, ma anche sul sistema nervoso, favorendo una rielaborazione profonda e regolata dei ricordi traumatici. Durante una seduta EMDR, l'attivazione del sistema parasimpatico (di cui il nervo vago è parte) contribuisce a restituire al corpo un senso di sicurezza, fondamentale per l’integrazione dell’esperienza.

Come stimolare il nervo vago

Esistono alcune strategie semplici ma efficaci per attivare e rafforzare il tono vagale, migliorando così il benessere psico-fisico:

La connessione tra intestino e cervello non è solo una metafora, ma una realtà biologica che ha profonde implicazioni per la salute mentale ed emotiva. Comprendere e sostenere il funzionamento del nervo vago può aiutarci a prenderci cura di noi stessi in modo più completo, integrando corpo, mente ed emozioni.

Nei percorsi psicoterapeutici, tecniche come l’EMDR possono facilitare questo processo, contribuendo a costruire una maggiore resilienza psicofisiologica e una relazione più sana con le proprie esperienze interne.

Se vuoi approfondire questi temi in un percorso personale, nel nostro centro offriamo consulenze individuali e interventi integrati che uniscono psicoterapia, tecniche mente-corpo e approcci basati sulla regolazione del sistema nervoso.

Contattaci per maggiori informazioni o per fissare un primo colloquio.

“Ti aiuto, ma tu non mi abbandonare”: quando l’amore genitoriale è condizionato.

Federica De Nunzio, psicologa-psicoterapeuta.

Siamo cresciuti con l’idea che l’amore di un genitore sia incondizionato. Che i genitori ci aiutino, ci sostengano, ci spingano a realizzarci “per il nostro bene”, senza aspettarsi nulla in cambio.

Eppure, nella pratica clinica e nelle narrazioni quotidiane, emerge una realtà più complessa. In molte famiglie, il sostegno genitoriale – economico, emotivo, pratico – è accompagnato da una richiesta implicita di restituzione. Un patto silenzioso che recita più o meno così: “Io ti aiuto oggi, ma tu non devi lasciarmi domani”.
Non si tratta solo di una speranza d’affetto: a volte questa aspettativa diventa un vincolo, una condizione, un dovere emotivo.

Il patto implicito: amore in cambio di sicurezza

Frasi come “Con tutto quello che ho fatto per te…”, “Quando sarò vecchio, tu ci sarai per me, vero?”, oppure “Non dimenticare chi ti ha cresciuto” sembrano affermazioni d’affetto, ma spesso nascondono una richiesta più profonda: non andartene, non tradirmi, resta con me.

Questi messaggi possono trasmettere ai figli una responsabilità che va oltre il legame affettivo sano: diventano una garanzia contro la solitudine, la malattia, l’abbandono.
Il problema è che, quando questa aspettativa non viene riconosciuta e discussa apertamente, si trasforma in una forma di condizionamento relazionale.

Il ricatto morale: il senso di colpa come leva

In alcuni casi, il bisogno di sicurezza e compagnia del genitore diventa un ricatto emotivo. Il messaggio implicito è: “Ti ho dato tutto, ora tocca a te non deludermi”.
Il figlio o la figlia, pur volendo costruire una vita autonoma, si sente in colpa anche solo al pensiero di ferire o deludere il genitore.

Questo senso di colpa può diventare un freno potente, frenando le proprie scelte professionali, ostacolando le relazioni sentimentali, impedendo di mettere confini.

Il ricatto morale è tanto più efficace quanto più è subdolo e normalizzato: non ci sono minacce esplicite, solo un dolore mostrato con intensità, un silenzio che pesa, un tono che punge.

Gli effetti psicologici sui figli

Crescere con la sensazione di dover “ripagare” il sostegno ricevuto può portare a:

Alla lunga, tutto questo può sfociare in esaurimento emotivo, ansia relazionale e scarsa autostima.

Comprendere non significa giustificare

I genitori che agiscono in questo modo spesso non sono manipolatori consapevoli. Molti lo fanno per fragilità emotiva, paure legate alla vecchiaia, o modelli familiari appresi.

Comprendere queste motivazioni può aiutarci ad avere empatia, ma non deve impedirci di vedere quando un legame affettivo sta diventando vincolante o disfunzionale.

Come uscire da queste dinamiche

Liberarsi dal ricatto emotivo non significa “abbandonare” i propri genitori, ma riconoscere il proprio diritto all’autonomia emotiva. Ecco alcuni passi:

Verso un legame più libero e autentico

Un legame familiare sano si fonda sul rispetto reciproco, non sul debito.
I figli non sono un'assicurazione sulla vecchiaia, né un investimento da far fruttare: sono persone con una propria vita, i propri desideri e limiti.

Imparare a voler bene senza pretendere, a dare senza ricattare, è forse il gesto più evoluto e autentico che un genitore possa fare.

E per chi è figlio, imparare a scegliere senza sentirsi in colpa è una conquista di libertà e amore verso se stessi.

Se ti riconosci in queste dinamiche non sei solo. Sono vissuti molto più diffusi di quanto si pensi, e possono essere trasformati. Parlarne, riconoscerli, e cercare supporto è già un primo passo verso relazioni più sane e autentiche.

Relazioni, emozioni, fiducia: tutto parte dall’attaccamento.

L’essere umano è una creatura sociale, e già dalla nascita cerca sicurezza, affetto e contatto. Questo bisogno fondamentale prende forma attraverso l’attaccamento, un legame emotivo profondo che si sviluppa principalmente nei primi anni di vita tra il bambino e le sue figure di accudimento, solitamente i genitori. Ma ciò che spesso si sottovaluta è quanto questo stile di attaccamento continui a influenzarci, modellando la nostra personalità, le relazioni affettive e il modo in cui affrontiamo la vita anche da adulti.

Cos’è l’attaccamento?

Secondo la teoria dell’attaccamento elaborata da John Bowlby, psicologo e psicoanalista britannico, i bambini sviluppano uno stile di attaccamento basato sulle interazioni ripetute con i loro caregiver. Se queste figure rispondono in modo coerente, affettuoso e sicuro ai bisogni del bambino, si formerà un attaccamento sicuro. Al contrario, risposte incoerenti, rifiutanti o assenti possono portare a stili di attaccamento insicuri.

Mary Ainsworth, collaboratrice di Bowlby, approfondì la teoria attraverso un esperimento noto come "Strange Situation", identificando quattro principali stili di attaccamento:

  1. Attaccamento sicuro
    Il bambino si sente libero di esplorare, sa che può contare sul caregiver in caso di bisogno. Da adulto tende ad avere fiducia negli altri, relazioni equilibrate e una buona autostima.
  2. Attaccamento insicuro-evitante
    Il bambino impara a non mostrare i propri bisogni emotivi perché questi non vengono accolti. Da adulto può diventare distaccato, evitare l’intimità e apparire autosufficiente.
  3. Attaccamento insicuro-ambivalente (o ansioso)
    Il caregiver è imprevedibile: a volte disponibile, a volte no. Il bambino diventa ansioso e iper-vigilante. Da adulto, potrebbe sviluppare relazioni molto intense, ma caratterizzate da gelosia, paura dell’abbandono e bisogno costante di rassicurazione.
  4. Attaccamento disorganizzato
    Spesso associato a esperienze traumatiche o abusi, il bambino vive il caregiver come una fonte di conforto ma anche di paura. In età adulta può manifestare comportamenti contraddittori, difficoltà a fidarsi e una forte instabilità emotiva.

Come l’attaccamento ci plasma

Lo stile di attaccamento non determina in modo assoluto la nostra personalità, ma rappresenta una lente attraverso cui interpretiamo il mondo relazionale. Influenza:

Possiamo cambiare?

La buona notizia è che lo stile di attaccamento non è un destino immutabile. L’esperienza, la riflessione, le relazioni significative e, in molti casi, un percorso psicoterapeutico, possono contribuire a una maggiore consapevolezza e a sviluppare una maggiore sicurezza interiore. Questo processo, noto come "riparazione dell’attaccamento", è una testimonianza della nostra capacità di crescere e trasformarci.

Conoscere il proprio stile di attaccamento è come ricevere una mappa dei propri modelli relazionali. Ci aiuta a capire meglio noi stessi e gli altri, a riconoscere le dinamiche che ci portano a soffrire o a chiuderci, e ad aprire la strada verso relazioni più autentiche, sicure e soddisfacenti.

Gaslighting: analisi del fenomeno e suggerimenti per affrontarlo.

Giuseppe Massaro, PhD, Psicologo Psicoterapeuta – Terapeuta EMDR

Gaslighting è un termine usato per descrivere un comportamento abusante consistente in una forma di manipolazione psicologica in cui una persona (o un gruppo) cerca di seminare il dubbio in un individuo (o nei membri di un gruppo), inducendolo a mettere in discussione la propria memoria, percezione, intelligenza o sanità mentale.

Questo fenomeno è sempre stato presente nelle relazioni interpersonali, ma è diventato un tema di grande interesse negli ultimi anni, grazie all'aumento dell'attenzione sulla salute mentale e alla diffusione dei social media, che possono amplificare il fenomeno.

Va detto che questa manipolazione può essere posta in essere intenzionalmente o inconsciamente e da qualcuno che è vicino alla vittima, come un partner, un familiare, un amico, un collega o un superiore in contesti gerarchici. Il gaslighting può portare confusione, insicurezza e senso di isolamento nella vittima, ed è spesso usato come strumento di abuso e controllo.

In questo articolo cercheremo di capire meglio il fenomeno del Gaslighting, analizzandone le cause, le conseguenze e fornendo alcuni consigli utili per chi si trova in una situazione del genere.

Le origini del termine "Gaslighting"

Il termine "gaslighting" ha avuto origine dalla commedia e dal film Gaslight, scritti da Patrick Hamilton rispettivamente nel 1938 e nel 1940. La storia ruota attorno a un uomo che manipola sua moglie facendole credere che stia impazzendo, al fine di coprire le sue attività criminali. Il marito spegne gradualmente le lampade a gas nella loro casa, rendendo la luce tremula e fioca, e quando sua moglie fa notare i cambiamenti, egliafferma che lei sta immaginando le cose. Nasconde inoltre gli oggetti e sposta i mobili per farle pensare che stia impazzendo. Col passare del tempo, la moglie si convince che sta perdendo il contatto con la realtà e non riesce a fidarsi delle proprie percezioni.

Da allora il termine gaslighting è stato utilizzato per descrivere forme simili di manipolazione. Il gaslighting può implicare mentire apertamente o negare fatti, ma può anche essere più sottile, come mettere in dubbio la percezione o la memoria della vittima. L'obiettivo è far sì che la vittima metta in discussione il proprio giudizio e farla sentire come se stesse impazzendo.

Cause del Gaslighting

Le cause del Gaslighting sono complesse e spesso multifattoriali, ma in generale possono essere ricondotte a una serie di fattori che includono l'insicurezza, il controllo, l'ambizione, la dipendenza affettiva, la mancanza di rispetto e la disfunzione emotiva.

Una delle principali cause del Gaslighting è l'insicurezza. Spesso chi fa Gaslighting è una persona insicura, che ha paura di perdere il controllo sulla propria vita e sulle proprie relazioni. Questo può portare a un comportamento manipolativo, che mira a mantenere il controllo sul partner o sull'amico, anche a costo di danneggiare la relazione stessa.

Un'altra causa del Gaslighting è l'ambizione. Spesso le persone che fanno Gaslighting sono molto ambiziose e vogliono ottenere il massimo dalla vita. Questo può portarle a cercare di manipolare gli altri per ottenere ciò che desiderano, anche se questo comportamento può essere dannoso per le altre persone coinvolte.

La dipendenza affettiva è un altro fattore che può portare a comportamenti manipolativi come il Gaslighting. Le persone che fanno Gaslighting spesso hanno paura di perdere l'affetto delle persone a cui sono legate e cercano di mantenere il controllo sulle relazioni per evitare questo.

Infine, la disfunzione emotiva è un altro fattore che può portare al Gaslighting. Le persone che soffrono di disfunzioni emotive possono avere difficoltà a gestire le proprie emozioni e possono reagire in modo esagerato a situazioni di stress o di conflitto. Questo può portarle a cercare di manipolare gli altri per ottenere ciò che desiderano o per evitare conflitti.

Segni di gaslighting

Il gaslighting può assumere molte forme diverse, ma ci sono alcuni segni comuni a cui prestare attenzione. Questi includono:

1. Negare la percezione della realtà da parte della vittima: il gaslighter può negare che gli eventi siano accaduti nel modo in cui la vittima li ricorda, o può insistere sul fatto che la vittima stia interpretando male ciò che è accaduto.

2. Distorcere le parole della vittima: il gaslighter può distorcere le parole della vittima per farle sembrare che stiano dicendo qualcosa che non intendeva, o per far sembrare la vittima irrazionale o illogica.

3. Screditare le emozioni della vittima: il gaslighter può respingere i sentimenti della vittima o farla sentire in colpa per sentirsi in un certo modo.

4. Incolpare la vittima: il gaslighter può incolpare la vittima per problemi o errori che non dipendono lei, o può usare la vittima come capro espiatorio per i propri difetti.

5. Isolare la vittima: il gaslighter può isolare la vittima da amici o familiari, o può farla sentire come se non potesse fidarsi di nessun altro.

Effetti del gaslighting

Gli effetti del gaslighting possono essere devastanti. Le vittime di gaslighting possono provare una serie di emozioni, tra cui confusione, insicurezza e senso di isolamento. Il gaslighting può far sentire la vittima come se stesse perdendo il contatto con la realtà e può portare a una perdita di autostima e fiducia in se stessi. Ciò può naturalmente associarsi a depressione e/o ansia. Le vittime di gaslighting possono anche manifestare sintomi fisici, come mal di testa, ansia e insonnia. In alcuni casi, il gaslighting può portare alla depressione o addirittura al suicidio.

Il gaslighting può anche avere effetti a lungo termine sulle relazioni della vittima con gli altri. Le vittime possono avere difficoltà a fidarsi degli altri e possono avere difficoltà a costruire relazioni strette o mantenere confini sani. La persona che subisce il gaslighting può sentirsi sempre più isolata e sola, poiché ha difficoltà a confidarsi con gli altri e a farsi comprendere. Inoltre, il Gaslighting può portare a una mancanza di fiducia nella propria capacità di giudizio e di percezione, rendendo difficile distinguere ciò che è reale da ciò che è stato manipolato. La costante manipolazione può portare a una sensazione di inferiorità e di mancanza di autostima, rendendo difficile per la persona coinvolta affermare la propria identità e i propri bisogni.

Le vittime di gaslighting possono anche diventare eccessivamente dipendenti dal gaslighter o possono sviluppare paura del confronto o del disaccordo. Questo può portare a un ciclo di abusi e manipolazioni, in cui la vittima si sente intrappolata e incapace di sfuggire al controllo del gaslighter.

Guarire dal Gaslighting

Uscire dal gaslighting può essere un processo lungo e difficile, ma è possibile. Il primo passo è riconoscere che se ne è vittima. Questo può essere impegnativo, poiché i gaslighter spesso usano tattiche sottili per minare il senso di realtà delle loro vittime. Tuttavia, se si ha la sensazione di dubitare costantemente di se stessi o di mettere in discussione le proprie percezioni, potrebbe essere un segno che si è vittima di gaslighting.

Una volta riconosciuto ciò, è importante prendere provvedimenti per proteggersi. Ciò può comportare la definizione di confini con il gaslighter, come la limitazione del contatto o la ricerca di supporto da parte di altri. Può anche comportare la ricerca di un aiuto professionale, come una terapia o consulenza psicologica, per un aiuto nell’elaborare le esperienze e sviluppare strategie di coping.

Alcune strategie specifiche per uscire dal gaslighting includono:

1. Documentare le esperienze: tenere un diario o annotare le esperienze può aiutare a convalidare le percezioni e i ricordi e a identificare i modelli di comportamento del gaslighter.

2. Costruire una rete di supporto: circondarsi di persone che ci credono e supportano può essere fondamentali per uscire dal gaslighting. Ciò può comportare maggiore contatto con amici, familiari o frequentare gruppi di supporto.

3. Praticare la cura di sé: prendersi cura di sé fisicamente ed emotivamente può aiutare a ritrovare un senso di controllo e fiducia in se stessi. Ciò può comportare l'impegno in attività che piacevoli, come l'esercizio fisico o altri hobby, dormire a sufficienza, mangiare sano e praticare la consapevolezza o la meditazione.

4. Ricercare un aiuto professionale: un terapeuta o un consulente qualificato può aiutare a elaborare le esperienze, sviluppare strategie di coping e superare eventuali traumi o problemi emotivi legati al gaslighting.

In conclusione

Il gaslighting è una forma di manipolazione psicologica che può avere effetti devastanti sulle sue vittime. Può indurre le persone a mettere in discussione la propria realtà, minare la fiducia in se stessi e portare a sentimenti di isolamento e disperazione. Tuttavia, con il giusto supporto e adeguate strategie, è possibile riprendersi dal gaslighting e ritrovare un senso di controllo sulla propria vita. Riconoscendo i segni del gaslighting, stabilendo dei limiti e cercando un aiuto professionale, le vittime del gaslighting possono iniziare a guarire e andare avanti con le loro vite.

Cosa succede dopo un evento traumatico?

di Federica De Nunzio, psicologa psicoterapeuta, terapeuta EMDR

Il cervello di ognuno di noi possiede la capacità di elaborare le esperienze traumatiche e di collocare i ricordi in maniera costruttiva e adattiva all'interno delle proprie esperienze. Quando questo non avviene in modo naturale, si continua a soffrire per l'evento traumatico anche a distanza di moltissimo tempo dall'evento stesso e non si riesce a condurre una vita soddisfacente dal punto di vista lavorativo e relazionale. In questi casi, quindi, il passato è presente.

L'essere stato vittima di un evento traumatico porta a conseguenze che possono essere riscontrabili non solo a livello emotivo, ma lasciano il segno anche nel corpo di chi è sopravvissuto a uno di questi eventi. Le ricerche scientifiche hanno dimostrato che le persone che hanno vissuto traumi importanti nel corso della vita portano i segni anche a livello cerebrale, mostrando, ad esempio, un volume ridotto sia dell'ippocampo che dell'amigdala, aree deputate alla memoria, all'apprendimento e alle emozioni. Ciò che ha un impatto emotivo molto forte si ripercuote, quindi, anche a livello corporeo; risulta evidente che intervenire direttamente sull'elaborazione di questi eventi traumatici abbia un effetto anche sulla neurobiologia del nostro cervello.

Subito dopo aver vissuto un evento traumatico il nostro organismo e il nostro cervello vanno incontro ad una serie di reazioni di stress fisiologiche, che nel 70-80% dei casi tendono a risolversi naturalmente senza un intervento specialistico. Questo avviene perché l'innato meccanismo di elaborazione delle informazioni presente nel cervello di ognuno di noi è stato in grado di integrare le informazioni relative a quell'evento all'interno delle reti mnestiche del nostro cervello, rendendolo "digerito", ricollocato in modo costruttivo e adattivo all'interno della nostra capacità di narrare l'accaduto. Ma cosa succede quando questo non avviene?

Alcune persone continuano a soffrire per un evento traumatico anche a distanza di moltissimo tempo dall'evento stesso. Spesso riportano di provare le stesse sensazioni angosciose e di non riuscire per questo motivo a condurre una vita soddisfacente dal punto di vista lavorativo e relazionale. In questi casi, quindi, il passato è presente.

Questo quadro sintomatologico, che può arrivare fino al delinearsi di un Disturbo da Stress Post-Traumatico, è caratterizzato appunto dal "rivivere" continuamente l'evento traumatico, continuando a provare tutte le emozioni, sensazioni e pensieri negativi esperiti in quel momento. E' proprio quando ci si rende conto che le reazioni sono di questo tipo e che la sofferenza è significativa che è necessario chiedere aiuto ad uno specialista.

Nel corso degli ultimi anni, numerosi studi hanno dimostrato come gli eventi di vita avversi, soprattutto durante l'infanzia, possono portare allo stesso numero, o a un numero maggiore, di sintomi relativi al Disturbo post-traumatico da stress rispetto a quanto fanno gli eventi di grandi portata, causando disagi e difficoltà in numerosi ambiti della vita.

Da uno studio effettuato su più di 17.000 pazienti (Felitti el al., 1998) è emerso che maggiore era il numero di esperienze infantili avverse, maggiore era la probabilità di sviluppare problemi relativi alla salute mentale, come alcolismo, abuso di droghe, depressione, così come problemi di salute organici (per esempio disturbi al cuore, al fegato e ai polmoni, tumori e fratture ossee).

La ricerca ha continuato a fornire prove a sostegno degli effetti negativi delle esperienze infantili avverse, mostrando per esempio che, al di là dell’aver subito veri e propri abusi o dell’aver assistito a violenza domestica:

Le ricerche dimostrano come gli effetti di tali esperienze avverse infantili possano essere profondi e duraturi; la causa di tali effetti risiede nella mancata elaborazione dei ricordi relativi a tali eventi, che dunque restano immagazzinati insieme agli elementi cognitivi, emotivi e somatici così come sono stati esperiti originariamente dall’individuo.

Ma cosa si intende per esperienze infantili avverse?

Con tale terminologia si intende qualsiasi delle seguenti esperienze vissute all’interno del contesto famigliare prima dei 18 anni:

Le esperienze sfavorevoli infantili sono associate al 44% delle psicopatologie durante lo sviluppo e al 30% negli adulti e sono le cause più frequenti di disturbi psicologici a tutte le età (Archives of Psychiatry, 2010).

Le ripercussioni, come abbiamo visto non sono soltanto sul piano psicologico. I bambini che vivono esperienze traumatiche del genere, infatti, sono più soggetti allo sviluppo di patologie croniche come il diabete, la pressione alta, o anche a ictus e infarti (Proceedings of the National Academy of Sciences, 2013).

Ma purtroppo non è tutto. L’esposizione ad eventi stressanti in età precoce rende il cervello meno resistente agli effetti degli eventi stressanti successivi, nel corso della vita. Questo fenomeno ha delle precise basi fisiologiche. Un bambino ha meno risorse di un adulto per fare fronte alle esperienze stressanti. Pertanto queste, specialmente se legate al contesto familiare o dei pari, non sono gestibili da parte del bambino e diventano croniche. Se lo stress è cronico, esso produce livelli tossici di neurotrasmettitori che uccidono le cellule del cervello, in modo particolare nell’ippocampo, area deputata all’apprendimento, alla memoria e alle emozioni. Nel cervello dei giovani adulti maltrattati o trascurati durante l’infanzia è possibile osservare cambiamenti strutturali specifici in regioni chiave sia interne sia vicine all’ippocampo. Alti livelli di ormone dello stress associati a diversi tipi di maltrattamento possono danneggiare quindi l’ippocampo che, a sua volta, può influenzare l’abilità delle persone di affrontare gli eventi stressanti nel corso della vita. Essendo danneggiate le sedi cerebrali deputate alla memoria e all’apprendimento, risulterà ancor più difficile apprendere a gestire le situazioni stressanti (presenti e future) e le emozioni ad esse connesse. Questi cambiamenti possono rendere i soggetti molto più vulnerabili all’insorgenza di depressione, ansia, PTSD e dipendenze.

L’abuso influisce anche sul sistema neuroendocrino, alterando la produzione dell’ormone regolatore dello stress cortisolo e neurotrasmettitori come adrenalina, dopamina, serotonina, che influiscono sull’umore e sul comportamento. Questi effetti riducono a lungo andare anche la funzionalità del sistema immunitario determinando gli affetti sulla salute fisica sopra menzionati.

La buona notizia è che un attento e serio lavoro sulla propria storia di esperienze infantili avverse, per mezzo della psicoterapia può avere effetti significativi nella “guarigione” dalle conseguenze negative di tale storia personale.

Purtroppo, per alcuni, l’esposizione a certe forme di maltrattamento o trascuratezza in infanzia è stata talmente continua e frequente, che tali esperienze vengono semplicemente reputate il modo “normale” di vivere l’infanzia: tali persone non sono pienamente consapevoli delle ferite subite. Gli effetti però si rendono spesso evidenti attraverso tutta una serie di sintomi e disagi psico-fisici sperimentati in diversi ambiti della vita (dai problemi relazionali, a quelli lavorativi, alle dipendenze relazionali e da sostanze, a problemi di ansia e di umore, alla difficoltà di gestire le emozioni, oltre a certe problematiche fisiche come quelle citate). Pertanto, quando si riscontrano difficoltà del genere, sarebbe opportuno rivolgersi a un professionista per valutare la presenza di esperienze traumatiche nel proprio passato. Fortunatamente oggi tecniche psicoterapeutiche avanzate, come l’EMDR, permettono di rielaborare in modo funzionale le esperienze negative del presente e del passato e superarne gli effetti sulla salute psicofisica.

I disturbi del sonno: insonnia

Il sonno sembrerebbe essere un comportamento essenziale alla sopravvivenza, e il fatto che tutti i vertebrati dormono, compreso quelli per cui sarebbe meglio non dormire (come il delfino Indus), suggerisce che il sonno sia più di una semplice risposta adattiva. 
Iniziamo un viaggio attraverso i principali disturbi di questa funzione così importante.

di Federica De Nunzio, Psicologa e Psicoterapeuta

La maggior parte dei ricercatori ritiene che la funzione principale del sonno sia quella di permettere al cervello di riposare. Nell’uomo gli effetti di diversi giorni di deprivazione di sonno includono distorsioni percettive o persino allucinazioni e difficoltà nell’eseguire compiti che richiedono una concentrazione prolungata. Questi effetti suggeriscono che la deprivazione di sonno influisce negativamente sul funzionamento cerebrale. Il sonno profondo ad onde lente (stadio 3 e 4 del sonno) sembra essere lo stadio più importante, e probabilmente la sua funzione consiste nel permettere al cervello di recuperare. Il sonno REM (caratterizzato da movimenti oculari rapidi, che si verificano mentre si sogna), invece, sembra promuovere lo sviluppo cerebrale e l’apprendimento.

Gli stadi del sonno sono organizzati secondo cicli di 90 minuti di sonno REM e NonREM

Va detto che la nostra vita è caratterizzata da cicli di attività fisica, sonno, temperatura corporea, secrezione ormonale e altre modificazioni fisiologiche. Questi cicli sono chiamati ritmi circadiani  e sono controllati dagli orologi biologici, orologi interni regolati da stimoli esterni (Zeitgeber, dal tedesco "che dà il tempo"). La luce ad esempio, rilevata da speciali cellule retiniche non coinvolte nella percezione visiva, funziona da Zeitgeber per la maggioranza dei ritmi circadiani; di conseguenza, alterazioni del ritmo sonno-veglia alterano i ritmi biologici.

I disturbi del sonno rappresentano un problema spesso misconosciuto, sottodiagnosticato e non adeguatamente trattato, nonostante si stimi che nel nostro Paese siano circa 12 milioni le persone che soffrono di insonnia cronica o transitoria (circa 1 adulto su 4, secondo i dati dell’Associazione Italiana per la Medicina del sonno). Oltre all'insonnia essi annoverano anche ipersonnia, parasonnie, apnee, disturbi temporanei o persistenti sonno-veglia, disturbi legati al movimento, sintomi isolati. In questo primo articolo sull'argomento ci occuperemo di uno dei disturbi più diffusi, l'insonnia.

In base alla durata, l’insonnia è classificata in forme acute, a medio termine e croniche, che sono ricondotte cause diverse: in genere, mentre l’insonnia cronica è più frequentemente correlata alla presenza di comorbidità di tipo psichiatrico e medico, quella acuta è tipicamente determinata da condizioni di stress, patologie acute o farmaci.

L’insonnia è definita come percezione soggettiva di difficoltà nella fase di addormentamento e/o di mantenimento del sonno, nonché di scarsa qualità di riposo; da sintomo diventa una vera e propria patologia quando si associa a significativo stress e riduzione della funzionalità in importanti aree, quali quella sociale e lavorativa.

I disturbi del sonno hanno maggiore incidenza nelle donne rispetto agli uomini, rappresentando un problema diffuso ed estremamente rilevante, in particolare, nel periodo del climaterio e della menopausa.

I ritmi frenetici della vita quotidiana, familiare e lavorativa, portano a una riduzione del numero di ore dedicate al sonno e gli alti livelli di stress e ansia, interferendo con la qualità del riposo notturno, ne minano le potenzialità ristoratrici. Le donne, in ragione del proprio assetto ormonale, scandito da bioritmi che si modificano nel corso delle diverse fasi della vita, sono fisiologicamente esposte al rischio di sviluppare disturbi del sonno. Poiché dal sonno sono regolati i più importanti ritmi biologici cardiovascolari, neuroendocrini e riproduttivi, un’alterazione in termini quantitativi e qualitativi di tale funzione, reiterata nel tempo, produce pesanti ripercussioni sull’equilibrio psico-fisico della persona, compromettendone l’efficienza funzionale globale, inficiandone la qualità di vita e lo stato di salute – generale, psicoemotiva, riproduttiva – sino a predisporre all’insorgenza di patologie organiche e psichiche, nonché di disturbi della fertilità.

Numerosi studi hanno dimostrato che l’insonnia rappresenta un importante fattore di rischio per molti disordini psichici, essendo in grado, in assenza di altri sintomi, di aumentare il rischio di sviluppare disturbi ansiosi, sindrome depressiva e comportamenti dipendenti da alcol e droga.

Tuttavia, l’insonnia deve essere definita in relazione alla particolare necessità di sonno individuale. Alcuni brevi dormitori ricercano assistenza medica perché ritengono che dovrebbero dormire di più, sebbene si sentano bene. Queste persone dovrebbero essere rassicurate del fatto che qualsiasi durata del sonno sembri sufficiente è sufficiente.

Ironicamente, una delle cause più importanti di insonnia sembra rappresentata dai farmaci ipnotici. L’insonnia non è una malattia che può essere curata con una medicina, nel modo in cui l’insulina cura il diabete. L’insonnia è un sintomo. Se è causato da dolore o disagio, allora bisogna garantire il sollievo fisico necessario a permettere il sonno. Se è secondario a problemi personali o disturbi psicologici, si devono trattare direttamente queste problematiche. I pazienti che assumono farmaci ipnotici sviluppano tolleranza e soffrono di sintomi di rebound (effetto rimbalzo) alla sospensione del farmaco: ciò significa che il farmaco perde progressivamente di efficacia e il paziente richiede dosi sempre più elevate. Se il soggetto cerca di dormire senza assumere il farmaco a cui è abituato o ne riduce il dosaggio, probabilmente sviluppa una reazione di astinenza, cioè, un grave disturbo del sonno. Il paziente si convince che l’insonnia è perfino peggiore di prima e assume una quantità maggiore di farmaco per combatterla. Questa sindrome comune è denominata insonnia da farmacodipendenza.

Alcuni consigli per una corretta igiene del sonno:

  1. Andare a letto solo quando si sente il bisogno di dormire;
  2. Spegnere subito la luce ed evitare di leggere e guardare la TV stando a letto;
  3. Non dormire durante la giornata;
  4. La sera mangiare leggero evitando fumo, alcol e attività fisica intensa;
  5. Non svolgere attività coinvolgenti almeno un'ora prima di coricarsi;
  6. Se non si riesce a prendere sonno, fare esercizi di rilassamento.

Gli aspetti psicologici della fibromialgia

Quasi sconosciuta fino a pochi anni fa, la fibromialgia è stata oggetto di numerosi studi che hanno apportato nuove conoscenze, anche da un punto di vista epidemiologico. Per esempio, oggi sappiamo che la fibromialgia è maggiormente diffusa tra le donne (che rappresentano circa il 90% dei malati) e che può comparire a qualsiasi età, ma il picco si colloca tra i 40 e i 60 anni, con importanti ripercussioni sull’attività lavorativa e sul piano socio-affettivo. Si stima che in Italia ne soffrano quasi quattro milioni di persone: numeri che fanno della fibromialgia la seconda malattia reumatica, in termini di diffusione, dopo l’osteoartrosi (o artrosi).

Che cosa è la fibromialgia?

Il termine "fibromialgia" significa dolore (algos) proveniente dai muscoli (myo) e dai tessuti fibrosi (fibro), come tendini e legamenti. La fibromialgia è, quindi, una malattia reumatica che colpisce l'apparato muscolo-scheletrico, caratterizzato dalla presenza di: dolore cronico e diffuso, aumento della tensione muscolare e rigidità in numerose sedi dell'apparato locomotore.

Oltre allo stato di iperalgesia, molti pazienti presentano una serie di altri sintomi, che include: astenia (affaticamento cronico e stanchezza debilitante); disturbi dell'umore e del sonno (difficoltà ad addormentarsi o risvegli notturni per la tensione muscolare, che portano a sentirsi affaticati la mattina dopo); sindrome del colon irritabile.

La fibromialgia può essere definita "sindrome fibromialgica", in quanto particolari segni clinici possono presentarsi contemporaneamente. La coesistenza di questo insieme di disturbi concorre a determinare la diagnosi più probabile, anche se non tutti i pazienti avvertono l'intero insieme di sintomi associati alla fibromialgia.

Altre condizioni cliniche spesso presenti nel paziente affetto da fibromialgia sono mal di testa, difficoltà cognitive (soprattutto di memoria e concentrazione) e formicolii. Non solo: il 30-40 per cento dei pazienti con fibromialgia soffre di un concomitante disturbo psicologico significativo come ansia, panico, depressione, disturbo post-traumatico da stress, che può determinare un peggioramento dei sintomi della malattia.

Cos'è e quali sono le cause?

Le cause all’origine di tale malattia risultano ancora oggi in parte sconosciute. Seppure vi sono stati progressi significativi negli ultimi anni, infatti, la fibromialgia risulta ancora oggi una patologia difficile da diagnosticare e ancor più da curare in modo efficace e completo.

Nel caso della fibromialgia si pensa che la genesi sia multifattoriale (genetica, ambientale, emotiva) e che alla base della malattia vi sia un processo di "sensibilizzazione centrale". Secondo questa ipotesi, l'abbassamento della soglia del dolore, una delle caratteristiche principali della malattia oltre all'iperalgesia, è dovuta ad una aumentata reattivitá delle cellule cerebrali e spinali deputate alla percezione del dolore. Mediante questo processo di sensibilizzazione anche uno stimolo di lieve entità viene avvertito come un dolore.

Oltre alla componente genetica, i fattori che predispongono alla malattia sono riferibili ad infiammazioni, infezioni, traumi fisici, disturbi del sonno. Questi ultimi se da un lato sono un sintomo stesso della malattia, dall'altro aumentano il senso di stanchezza cronica. La fibromialgia può avere nella vita di tutti i giorni un forte impatto emotivo con sentimenti di preoccupazione, tristezza profonda, isolamento, rabbia e disperazione, oltre a compromettere in maniera significativa lo svolgimento delle attività quotidiane.

Perché è così difficile da diagnosticare?

I sintomi della fibromialgia sono diversi e c’è una frequente sovrapposizione con i sintomi di altre patologie. Gli esami di laboratorio o radiologici esistenti non sembrano aiutare nella diagnosi, risultando in grande parte aspecifici o non dirimenti. Anche per questo, nel corso del tempo la comunità scientifica si è interrogata sull’effettiva esistenza della fibromialgia e sulla sua classificazione. Solo nel 1992 la fibromialgia è stata riconosciuta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come entità diagnostica autonoma. La diagnosi viene effettuata di solito da un medico esperto nella fibromialgia (solitamente un reumatologo, immunologo, ortopedico o psichiatra) attraverso un’attenta anamnesi (esistono questionari specificatamente sviluppati) e un esame obiettivo scrupoloso, che include la pressione dei cosiddetti tender points, punti specifici del corpo che, se premuti, provocano dolore in chi è affetto da fibromialgia.

Ancora oggi, pregiudizi e disinformazione da parte dei medici possono impedire l’accesso rapido alla corretta visita specialistica e, di conseguenza, alla diagnosi e a trattamenti tempestivi e mirati. Di solito infatti, prima di ricevere la diagnosi corretta, una persona con fibromialgia consulta numerosi specialisti, molti dei quali esprimono pareri diversi o contrastanti, anche magari prescrivendo terapie inefficaci. Tutto ciò ha un effetto deleterio sul paziente, perché contribuisce a generare confusione, rabbia, solitudine e depressione, che a loro volta favoriscono l’instaurarsi di una condizione di stress cronico, che contribuisce a peggiorare i sintomi algici e la percezione del dolore stesso.

Che ruolo giocano i fattori psicologici?

Gli aspetti emotivi nella fibromialgia assumono una rilevanza notevole non solo dal punto di vista degli stati psicologici ma soprattutto per la sovrapposizione di questi con gli stessi meccanismi biologici della malattia.

In alcuni individui vulnerabili geneticamente, infatti, condizioni di stress o sofferenza emotiva protratta a lungo e condizioni di dolore cronico si intrecciano e si influenzano reciprocamente generando un'alterata risposta dell'organismo a stimoli minacciosi, stressogeni o dolorosi.

Un esempio di come le emozioni si manifestino direttamente nel corpo è dato dallo stress. Ricerche dimostrano che le persone con fibromialgia hanno una tendenza maggiore rispetto agli altri di vivere in modo amplificato situazioni di stress psico-fisico, facendo fronte ad esse con un'iperattivazione dell'asse ipotalamo-ipofisi-surrene, principale effettore della risposta individuale di stress. Ciò porterebbe a un'alterata produzione di cortisolo (comunemente chiamato "ormone dello stress") che a sua volta determina un aumento nel rilascio di citochine pro- infiammatorie. Queste ultime entrano in gioco sia nel potenziare i meccanismi depressogeni, sia quelli relativi alla percezione del dolore.

Allo stesso modo alcuni neurotrasmettitori, come la serotonina, agiscono non solo a livello cerebrale modulando ansia e depressione ma intervengono anche nel funzionamento di regolazione dei sistemi discendenti del dolore. L'emozione quindi genera dolore (e viceversa) in maniera diretta, immediata e il processo di sensibilizzazione centrale in alcune porzioni neuronali può essere alla base di entrambi gli aspetti della sindrome fibromialgica, quello somatico e quello emotivo.

Cosa fare?

È importante affidarsi a uno specialista che fornisca una diagnosi. Il reumatologo è il medico più adatto a capire se si tratta realmente di fibromialgia e che può dare le informazioni utili per le cure disponibili.

Il trattamento della fibromialgia prevede sia l'assunzione di farmaci, sia cambiamenti dello stile di vita, ed è sempre mirato alla riduzione dei sintomi e al miglioramento dello stato di salute generale. Purtroppo non esiste una cura definitiva e attualmente si consiglia l'approccio multifattoriale per ottenere i migliori risultati.

La psicoterapia si pone non come alternativa alle cure mediche ma come sostegno delle stesse. Al fine di non rendere vani i risultati raggiunti dal trattamento medico è spesso necessario individuare e risolvere le difficoltà emotive vissute dalla persona che spesso si manifestano attraverso il corpo.

La psicoterapia deve essere mirata a gestire gli stati ansiosi, a ridurre i fattori di stress e a raggiungere una maggiore consapevolezza di quali sono gli aspetti emotivi che possono mantenere o aggravare le condizioni della malattia.

Lo psicologo, in questi casi, collabora con il medico curante agendo parallelamente alle terapie mediche e fornendo anche un supporto emotivo nei momenti di difficoltà e scoraggiamento. Inoltre può fornire un parere e intervenire sull’eventuale presenza di disturbi psicologici che possono influire sulla percezione del dolore o sulla tendenza a sviluppare sintomi fisici in relazione a difficoltà emotive.

Come le esperienze infantili negative impattano la nostra esistenza

Non si tratta soltanto dei casi di abuso fisico, psicologico e sessuale, che riempiono tristemente le cronache. Sono numerose le esperienze infantili negative (a partire da quelle in famiglia) che possono avere risvolti in età adulta

di Federica De Nunzio, Psicologa Psicoterapeuta, Terapeuta EMDR
e Giuseppe Massaro, Psicologo Psicoterapeuta, Terapeuta EMDR

“Penso che quest’uomo stia soffrendo a causa dei suoi ricordi”  Sigmund Freud, 1895

La parola trauma deriva dal greco e vuol dire ferita. In questa prospettiva, possiamo quindi pensare al trauma non soltanto in riferimento a situazioni estreme, ma anche in riferimento a qualsiasi evento che abbia un effetto negativo perturbante sul sé o sulla psiche di un individuo.

Quindi, ad esempio, anche se un’umiliazione subìta alle scuole medie potrebbe non essere considerata come “trauma” per la diagnosi di Disturbo post traumatico da stress (PTSD), a livello emotivo tale evento può essere considerato l’equivalente evoluzionistico di venir tagliato fuori dal gruppo di appartenenza, e come tale può essere devastante e lasciare effetti traumatici duraturi.

Nel corso degli ultimi anni, numerosi studi hanno dimostrato come gli eventi di vita avversi, soprattutto in infanzia, possono portare allo stesso numero, o a un numero maggiore, di sintomi relativi al Disturbo post-traumatico da stress rispetto a quanto fanno gli eventi traumatici di grande portata, causando disagi e difficoltà in numerosi ambiti della vita.

Da uno studio effettuato su più di 17.000 pazienti (Felitti el al., 1998) è emerso che maggiore era il numero di esperienze infantili avverse, maggiore era la probabilità di sviluppare problemi relativi alla salute mentale, come alcolismo, abuso di droghe, depressione, così come problemi di salute organici (per esempio disturbi al cuore, al fegato e ai polmoni, tumori e fratture ossee).

La ricerca ha continuato a fornire prove a sostegno degli effetti negativi delle esperienze infantili avverse, mostrando per esempio che, al di là dell’aver subito veri e propri abusi o dell’aver assistito a violenza domestica:

Le ricerche dimostrano come gli effetti di tali esperienze avverse infantili possano essere profondi e duraturi; la causa di tali effetti risiede nella mancata elaborazione dei ricordi relativi a tali eventi, che dunque restano immagazzinati insieme agli elementi cognitivi, emotivi e somatici così come sono stati esperiti originariamente dall’individuo.

Ma cosa si intende per esperienze infantili avverse?

Con tale terminologia si intende qualsiasi delle seguenti esperienze vissute all’interno del contesto famigliare prima dei 18 anni:

Le esperienze sfavorevoli infantili sono associate al 44% delle psicopatologie durante lo sviluppo e al 30% negli adulti e sono le cause più frequenti di disturbi psicologici a tutte le età (Archives of Psychiatry, 2010).

Le ripercussioni, come abbiamo visto non sono soltanto sul piano psicologico. I bambini che vivono esperienze traumatiche del genere, infatti, sono più soggetti allo sviluppo di patologie croniche come il diabete, la pressione alta, o anche a ictus e infarti (Proceedings of the National Academy of Sciences, 2013).

Ma purtroppo non è tutto. L’esposizione ad eventi stressanti in età precoce rende il cervello meno resistente agli effetti degli eventi stressanti successivi, nel corso della vita. Questo fenomeno ha delle precise basi fisiologiche. Un bambino ha meno risorse di un adulto per fare fronte alle esperienze stressanti. Pertanto queste, specialmente se legate al contesto familiare o dei pari, non sono gestibili da parte del bambino e diventano croniche. Se lo stress è cronico, esso produce livelli tossici di neurotrasmettitori che uccidono le cellule del cervello, in modo particolare nell’ippocampo, area deputata all’apprendimento, alla memoria e alle emozioni. Nel cervello dei giovani adulti maltrattati o trascurati durante l’infanzia è possibile osservare cambiamenti strutturali specifici in regioni chiave sia interne sia vicine all’ippocampo. Alti livelli di ormone dello stress associati a diversi tipi di maltrattamento possono danneggiare quindi l’ippocampo che, a sua volta, può influenzare l’abilità delle persone di affrontare gli eventi stressanti nel corso della vita. Essendo danneggiate le sedi cerebrali deputate alla memoria e all’apprendimento, risulterà ancor più difficile apprendere a gestire le situazioni stressanti (presenti e future) e le emozioni ad esse connesse. Questi cambiamenti possono rendere i soggetti molto più vulnerabili all’insorgenza di depressione, ansia, PTSD e dipendenze.

L’abuso influisce anche sul sistema neuroendocrino, alterando la produzione dell’ormone regolatore dello stress cortisolo e neurotrasmettitori come adrenalina, dopamina, serotonina, che influiscono sull’umore e sul comportamento. Questi effetti riducono a lungo andare anche la funzionalità del sistema immunitario determinando gli affetti sulla salute fisica sopra menzionati.

La buona notizia è che un attento e serio lavoro sulla propria storia di esperienze infantili avverse, per mezzo della psicoterapia può avere effetti significativi nella “guarigione” dalle conseguenze negative di tale storia personale.

Purtroppo, per alcuni, l’esposizione a certe forme di maltrattamento o trascuratezza in infanzia è stata talmente continua e frequente, che tali esperienze vengono semplicemente reputate il modo “normale” di vivere l’infanzia: tali persone non sono pienamente consapevoli delle ferite subite. Gli effetti però si rendono spesso evidenti attraverso tutta una serie di sintomi e disagi psico-fisici sperimentati in diversi ambiti della vita (dai problemi relazionali, a quelli lavorativi, alle dipendenze relazionali e da sostanze, a problemi di ansia e di umore, alla difficoltà di gestire le emozioni, oltre a certe problematiche fisiche come quelle citate). Pertanto, quando si riscontrano difficoltà del genere, sarebbe opportuno rivolgersi a un professionista per valutare la presenza di esperienze traumatiche nel proprio passato. Fortunatamente oggi tecniche psicoterapeutiche avanzate, come l’EMDR (vedi articolo), permettono di rielaborare in modo funzionale le esperienze negative del presente e del passato e superarne gli effetti sulla salute psicofisica.